GIORNALI E RECENSIONI

in occasione della mostra Man and Woman - Roma 2007

Nicola Canonico alla Galleria D'Arte Insight


Rinunciare alle comodità del ventunesimo secolo non è per niente facile. Lo sa bene Nicola Canonico, che sull'isola più spiata d'Italia, quella dei famosi, ha passato ben tre mesi. Senza cibo nè comfort. L'esperienza da 'isolano' è però servita a qualcosa: in Honduras l'attore campano ha trovato fama e, forse, amore. Così, da quando Nicola è tornato in Italia, non si parla che del presunto flirt con Miriana Trevisan, altra naufraga arrivata alla finalissima del reality di Raidue. A gettare benzina sul fuoco ci ha pensato lo stesso Canonico in un'intervista concessa al settimanale Vero: 'Miriana potrebbe essere il mio ideale di donna. A me piacciono le more mediterranee. Lei è una persona molto calda, piena di passione, coinvolgente'. E ancora: 'Può succede tutto o niente, gli unici punti fermi sono l'amicizia e la grande affinità. Almeno per ora... lo scopriremo solo vivendo'. Intanto, a Roma, Nicola si dà all'arte. Alla Galleria Insight, nella centralissima via dei Coronari, c'erano diversi volti noti ad ammirare le originalissime opere dell'artista Giorgio Laveri. Hanno risposto positivamente all'invito di Francesca Pecchia e Marilina Marchini, oltre Canonico, Angelica Russo, che si è concessa un'uscita senza il fidanzato Gabriele Muccino, l'ex gieffina Marianella Bargilli, da poco tornata single, Erica Piatti, Vincenzo Bocciarelli, Benedetta Valanzano e Cinzia Leone. Fra un trancio di pandoro e un bicchiere di vino, i Vip presenti hanno posato accanto alle simpatiche sculture esposte. Prima di andar via, poi, tutti a scambiarsi gli immancabili auguri. Per un 2008 all'insegna del successo.

 


 

INSIGHT
VERNISSAGE
di GIORGIO LAVERI

La normalita diventa eleganza e da vita ad un appuntamento unico da Insight. La galleria di Via dei Coronari ospita infatti domenica 16 dicembre a partire dalle ore 17, 30 un vernissage per l’esposizione delle opere di Giorgio Laveri, l’artista dei monumenti di ceramica che elogiano la normalita. L’oggetto comune del banale orizzonte quotidiano viene decontestualizzato e trasformato in un simbolo fatto di ceramica e smalto. Laveri gioca con l’arte, con i colori e con i materiali. I rullini fotografici (Discorso da sviluppare), i negativi, le stilografiche giganti (Stylo), i birilli (Strike), la Moka e i rossetti alti un metro (Truka). Opere dal sapore neopop, elogio della normalita, monumenti che smentiscono il concetto tradizionale di monumento come memoria di un fatto eccezionale. L’artista savonese estrapola dalla quotidianita gli oggettistereotipi del consumismo e li trasforma, ingigantendoli, lucidandoli, rendendoli seducenti simboli glamour del nostro tempo.

La Mostra in una cornice particolare nel cuore di Roma, offrira ai presenti l’opportunita di vedere in anteprima “gioielli” di arredamento e di design, e di degustare dell’ottimo vino.


“Giorgio Laveri appartiene, di diritto, ad un filone inesauribile e giocoso dell’arte italiana che ha nello spirito irriverente e provocatorio del dadaismo e di Duchamp il suo capostipite, e guarda poi ai combines di Raushemberg, alle composizioni di Rosenquitz, ai monumenti di Odelburg, ma anche alle scelte espressive dei nouveaux realistes. Divertente, sagace, irridente, Laveri cerca di rompere il muro perbenista borghese che vuole l’arte visiva arroccata su posizioni fredde e radicali, chiaramente incapace di parlare alle persone comuni. E’ esente da qualsiasi forma di intellettualismo e slancio mistico...”
“Le sue opere hanno la stessa freschezza brillantezza e acume sociologico di una striscia di Peanuts, di un racconto di Calvino o di un libro di Stefano Benni...”
“Con ironia e sarcasmo per certi versi spiazzante, Laveri parla della realta, racconta di un universo crudo e spietato, e tradisce in fondo la paura di esserne assorbito.”

Chiara Argentieri

 


 

MAGAZINE "VIVRE NICE" juillet 2007

Clans, déjà réputé pour sa collégiale du 12ème siècle et ses nombreuses chapelles Renaissance, le sera désormais pour sa chapelle Moya.

Longtemps à l'abandon, la chapelle saint Jean-Baptiste revit aujourd'hui grâce à la volonté des habitants de Clans. A commencer par l'association "1137 La Collégiale" qui a financé en plusieurs étapes sa restauration, jusqu'à la municipalité qui a confié à l'artiste Patrick Moya le soin de peindre une fresque intérieure. Sans oublier Jean Ferrero, fondateur de la célèbre galerie niçoise et par ailleurs originaire de Clans, qui fut l'initiateur du projet.
Commencée à l'été 2003 sous le mandat municipal de James Dauphiné, la fresque Moya s'est achevée en juin 2007, sous celui de Jean-Pierre Steve. Q

uatre années de travail pour raconter à sa façon très personnelle - à base d’autoportraits - la vie du saint.
Résultat : une fresque de facture classique, réaliste, dans la tradition de la Renaissance ... où l'on retrouve cependant l'univers de l'artiste niçois, poétique et luxuriant, exempt de toute noirceur et de toute culpabilité, en un mot méditerranéen*, comme aime à le souligner Patrick Moya.

L'inauguration de la chapelle Moya s'est faite ce dimanche 24 juin, jour de la Saint Jean, en même temps que la Fête des Fleurs : deux manifestations qui ont attiré une foule des grands jours dans le village de Clans. On a pu noter la présence de nombreux amateurs d'art, artistes, journalistes et critiques d'art, venus pour certains de la Ligurie. Ce qui faisait dire à Fernand Blanchi, qu'on retrouve aujourd'hui les liens ancestraux qui unissaient les artistes des deux côtés de la frontières, Patrick Moya défendant avec le céramiste Giorgio Laveri originaire de Savone, l'idée d'un art spécifique à la Méditerranée, sur les traces de Louis Bréa et Giovanni Canavesio, européens avant l'heure dès l'époque de la Renaissance.
Lors de la messe dite en la Chapelle dans la matinée, le Père Porcier souligna que la fresque respectait en tous points les textes bibliques et la vie de saint Jean Baptiste.
Après un agréable déjeuner sous les tilleuls de la place, accompagné de danses folkloriques, la journaliste Florence Canarelli dédicaçait son livre "La Chapelle Moya" (éditions Mélis), agrémenté de dessins réalisés en direct par Patrick Moya.

Dans l'après-midi, Christian Estrosi visitait la Chapelle Moya en présence de Fernand Blanchi et de Jean Ferrero, se félicitant d'une "oeuvre à la fois contemporaine et pourtant respectueuse des traditions".
* Patrick MOYA appartient au Movimento Artistico Mediterraneo qui défend l'idée d'un art spécifique à la Méditerranée

Inauguration en présence de M. Christian Estrosi Secrétaire d'Etat chargé de l'Outre mer et de la mer, Député des Alpes Maritimes, Président du Conseil Général des Alpes Maritimes

Parmi les autres personnalités présentes : M. Fernand Blanqui, Conseiller Général des Alpes Maritimes et M. Jean-Pierre Steve, Maire de Clans et le conseil municipal.
Jean Ferrero, Dominique Esteve Président de la CCI Nice Côte d'Azur, Michel Gastaldi Adjoint au maire d'Antibes, Xavier Delmas Adjoint au tourisme et à la culture de Cap d'Ail, François Paris directeur du CIRM, Dominique Escribe Historien et Président de l'ACCN, Guillaume Aral Directeur de la galerie Ferrero, Walter Schlepphege président du Club Franklinvest, l'éditeur Luciano Mélis, Florence Canarelli auteur des livres "La chapelle Moya" et "Le cas Moya", le critique italien Enrico Ratto, l'artiste Giorgio Laveri co-signataire du "Movimento Artistico mediterraneo" ainsi que de nombreuses personnes venues de Savone et de la Ligurie.  Des représentants du "Sept off de la photo", de la Jeune Chambre Economique de Nice, de la Jeune Chambre Economique de Monaco, de la Caisse d'Epargne Cote d'Azur, du Comité monégasque des Arts plastiques de l'Unesco, de l'association Polychrome et bien d'autres …


Copertina di Patrick Moya del quotidiano Nice Matin del primo gennaio 2007


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Guillaume Aral Direttore Artistico della Galerie Ferrero

Patrick Moya faceva parte dei giovani artisti permanenti della Galleria Ferrero, quando ho avuto l’onore di diventare il nuovo direttore di questa istituzione nizzarda. Prima, come tutti, lo conoscevo di fama, apprezzavo le sue opere. Ma conoscendolo di persona, mi sono accorto che dietro la maschera pinocchiesca, si nascondeva un grande intellettuale, uomo colto con grandi ambizioni. Mi ha presentato poco tempo dopo un artista italiano amico suo, Giorgio Laveri, che subito ho “adottato” come altro artista griffato “Galerie Ferrero”. Moya e Laveri mi parlarono di un loro progetto, il M.A.M., Movimento Artistico Mediterraneo, basato sulla ceramica per la forma e sulla felicità per il fondo. Questo movimento trasfrontaliero nato di un idea comune a due artisti geniali poteva rimanere un progetto artistico utopico, pero’ con l’appoggio di galleristi, di giornalisti, critici d’arte e collezionisti é diventato un gruppo che funziona. E dal mio punto di vista di gallerista, quello che é molto importante, é un movimento che ha un sucesso non solo di fama, ma anche commerciale. Si vendono bene le opere degli artisti del MAM. La scelta dei membri del gruppo storico del MAM supera il valore primario dell’amicizia e diventa anche scelta qualitativa. Ecco perché, nella veste di direttore di una storica galleria che ha proposto nel tempo opere di grandi movimenti artistici fra i quali spicca il Nouveau Realisme, credo e spero anche in un successo, oltre che economico,altamente sostanziale sotto il profilo culturale di questo nuovo movimento.

Guillaume Aral

article pour Art Mobil


Florence Canarelli

Albisola - Vallauris, l´axe de l´art-céramique

Albisola, petite ville balnéaire de la côte ligure, possède une
tradition de céramistes depuis la Renaissance avec ses fameux
"laggioni", des carreaux de terre cuite polychromes proches des
azulejos espagnols ou portugais.
Durant de longs siècles, sortirent des fours d´Albisola de luxueuses
faïences d´un grand raffinement de formes et de décors, pots de
pharmacie, vases, pieds de lampes, assiettes ...
Mais Albisola entame une ère nouvelle à partir de 1925, quand Marinetti
signe avec Tullio d´Albissola le Manifeste de la Céramique Futuriste (1938) et
quand Lucio Fontana choisit les ateliers d´Albisola pour y réaliser ses
premières céramiques "spatialistes".
C´est ainsi qu´Albisola est devenue la capitale italienne de la
céramique d´art, attirant au fil des décennies de grands artistes du
monde entier : le danois Asger Jorn, chef de file du mouvement Cobra,
dans les années 50, et encore Wifredo Lam, Enrico Bai, Arroyo, Rotella
ou Guy Debord ...
Plus près de nous, en 2000, une exposition «franco-italienne»
présentait les céramiques réalisées sur place par Ben, Patrick Moya et
Jacky Coville pour les Français, avec Attilio Antibo et Giorgio Laveri
côté italien.
Tandis qu´une "Biennale de Céramique dans l'art contemporain", lancée
en 2001, présentait les créations de 25 artistes internationaux
réalisées conjointement avec les artisans céramistes locaux.
Car aujourd´hui encore, une quinzaine d´ateliers de céramiques, entre
Savone et Albisola, perpétuent la tradition, travaillant toujours en
étroite collaboration avec des artistes contemporains.
Natif de Savone, Giorgio Laveri est l´un d´entre eux, parmi les plus
talentueux : ses rouges à lèvre et stylos géants, d´esprit pop art et
réalisés avec un grand souci du détail, impressionnent, séduisent les
esthètes et se font remarquer bien au delà de sa ville natale - dans
toute l´Italie, en France et jusqu´à Hong-Kong.
Dans des oeuvres comme "Cineceramica" (des photogrammes fixés sur
l'argile et objets reproduisant des grands mythes de la "celluloïd",
1986) ou une pièce de théâtre mêlant "céramique, lumière et mouvement"
(1990), Giorgio Laveri tente de "développer des corrélations entre
cinéma, théâtre, peinture et céramique". Et il y réussit brillamment.
Patrick Moya, le chef de file de la Nouvelle École de Nice, connaît
bien l´Italie pour y avoir souvent exposé (dès 1987 à Castel San
Pietro, puis à Ravenne, Bologne, Bari, Gênes, Brescia, Milan,
Avellino...). Mais c´est en 1998, grâce à son ami Giorgio Laveri, qu´il
découvre la céramique.
Et c´est pour lui une révélation : «La céramique est une alchimie entre
le feu, la terre, les couleurs, la frime, l´affabulation, la naïveté,
le plaisir et l´orgueil, tout cela donné en spectacle au passant qui
mate ... La céramique a cette particularité de réchauffer l´art, de le
faire luire.»
Car c´est à Albisola que Patrick Moya se ressent le plus intensément
comme un artiste du Sud : «De l´atelier à la plage, du café à
l´atelier, de l´atelier au restaurant ... Voilà une vraie vie d´artiste
méditerranéen.»

De l´autre côté de frontière, sur la Côte d´Azur...

L´Europe sans frontière ne date pas d´aujourd´hui. Au 15ème siècle
déjà, les fresquistes italiens - comme les Piémontais Giovanni
Canavesio et Giovanni Baleison ou le ligurien Andrea da Cella -
offraient leurs talents aux murs des chapelles du Comté de Nice, tandis
que le niçois Louis Bréa faisait de même à Savone.
Citons encore Jean Gerbino, inventeur de la mosaïque qui porte son nom,
ou Suzanne Douly, qui crée en 1938 l´atelier Madoura.
C´est l´atelier Madoura que choisira Pablo Picasso en 1947 pour
s´initier à la poterie : et quand le génie du 20ème siècle a mis ses
mains dans l´argile, rien n´a plus été comme avant.
D´une part parce que Picasso a inventé des techniques nouvelles, comme
les «pâtes blanches» dans lesquelles il dessinait une forme de visage
ou une tête de taureau. Ou bien encore quand il transposait en
céramique des linogravures, d´abord monochromes ("Toros" en 1954), puis
en couleur ("La pique", en 1959, inspirée des tons du drapeau
espagnol).
Et surtout car il a définitivement élevé la céramique - comme Lucio
Fontana avant lui - au rang d´un art majeur. Attirant dans son sillage
à Vallauris, pour des séjours plus ou moins longs, Matisse, Chagall,
Miro, Dufy, Léger, Braque, Foujita, Lurçat, ou encore Jean Cocteau,
Jean Marais, Brauner, Pignon, Masson...

La céramique, alchimie fondatrice du Mouvement des Artistes
Méditerranéens

Loin de l´abstraction ou du conceptuel froid, Patrick Moya aime à se
revendiquer comme "un artiste typiquement méditerranéen", qui "préfère
le plein au vide" et n´a pas "peur de la figure humaine".
Lorsqu'il n'utilise pas les quatre lettres de son nom pour marquer ses
peintures et sculptures, il met en scène un petit personnage de bande
dessinée, résultat d'un croisement entre l'artiste et son personnage
préféré, Pinocchio.
Un personnage qu´il décline sur différents supports - et donc
naturellement aussi en céramique, le "customisant" éventuellement avec
les 4 lettres de sa signature, M, O, Y et A.
Giorgio Laveri quant à lui joue le jeu de l´esthétique, de la beauté et
de la féminité, avec un brio typiquement latin.
Deux manières, différentes mais tellement "méditerranéennes", de rester
des électrons libres de l´art contemporain :

- "Alors que l´art contemporain n´a jamais été aussi encadré, on se
sent ici, à Albisola, hors cadre. La céramique méditerranéenne est sans
doute l´une des voies par laquelle l´art peut s´échapper d´un pesant
gardiennage." (Patrick Moya, 2000)

Florence Canarelli


Patrick Moya

La créature du feu.

Du travail de la céramique, je garde la partie la plus facile et amusante pour laisser aux flammes le labeur le plus long et le plus pénible. Je conserve ce temps gagné sur la création pour refaire le monde de l’art en inventant de beaux mensonges dignes de Pinocchio qui tenteront de faire passer ma vérité. Quand je retrouve mon oeuvre au sortir du four, elle est encore plus belle, plus brillante et toute méditerranéenne.

Patrick Moya

 


Giorgio Laveri

L’INFLUENZA DEL LUOGO D’APPARTENENZA NELL’ARTISTA MEDITERRANEO

Il patrimonio comunicativo, estetico e linguistico, che deve trasparire da un opera prodotta dal pensiero e dal gesto di un individuo è la traccia fisionomica del suo codice artistico, culturale e tecnico che, a fronte di un’analisi approfondita e critica, ne permette la derivazione storico-genetica, il contenuto e in alcuni casi la collocazione temporale. L’estetica resta sempre e comunque legata a giudizi soggettivi che la pongono in secondo piano, a meno che non si percorrano le sterili vie del “bello” che strabordano dalle immagini proposte da un potere bugiardo, attento solamente a salvaguardare la sua tetra facciata.

Fortunatamente il linguaggio riservato e secretato di alcuni protagonisti delle diverse discipline artistiche ha tracciato solchi enormi nel terreno espressivo. Il compito di indagare questi aspetti nascosti è dato alla figura del critico. L’opera dell’artista legittima l’esegesi dei fenomeni in essa celati. Ma una equilibrata valutazione deve oltrepassare le barriere analitiche per produrre uno sforzo che attraversi la materializzazione dell’elaborato per entrare nella sfera personale di chi lo ha concepito. Solo in questo caso, si riuscirà a distinguere il rapporto Uomo-Arte teso al bisogno di comunicare introspettività da un semplice esercizio di “bella scrittura.

In ogni parte del mondo l’artista esprime contenuti attraverso un linguaggio arricchito dalla cultura del luogo d’appartenenza. I meccanismi creativi agiscono e rispondono ad un preciso ordine genetico e possono sicuramente condividere i concetti della Mediterraneità senza però produrla. I duecentocinquanta chilometri di Costa Azzurra e Riviera dei Fiori sono il “non luogo”dove si è consumato il sogno artistico del ‘900. Il grande ventre che ha riversato nel mondo il talento di tutti i figli, anche di quelli venuti da lontano, non suoi.Sono il marchio indelebile della Mediterraneità..

Giorgio Laveri

 


Ilaria Bignotti

7 Gruppo MAM, Movimento Artistico del Mediterraneo

 

  1. Dal Manifesto alla storia

“…C’è un’evidenza mediterranea nella storia dell’arte. Questa si rivela, più che altrove, attraverso l’asse geografico Vallauris-Albisola. È l’alchimia della ceramica che ha permesso all’artista che appartiene a quest’area di affermare in maniera più forte e decisa le sue origini.

L’opera e l’artista mediterraneo sono indissociabili.

L’artista mediterraneo approfitta della moltitudine delle influenze culturali per costruire la sua “differenza”.

Questo manifesto costituisce una base di riflessione sull’affermazione di un’arte mediterranea legata ai siti inscritti nell’area geografica comprendente le città di Vallauris e di Albisola che hanno contribuito, nel tempo, a trasformare in arte maggiore l’espressione artistico-ceramica aprendo confronti costruttivi multietnici e nuove possibilità all’arte contemporanea…”.

Il Manifesto del Movimento Artistico del Mediterraneo prende forma, nel 1993, dall’incontro fra Patrick Moya e Giorgio Laveri, entrambi artisti raffinati e poliedrici che hanno saputo portare, con linguaggi e tecniche differenti, la ceramica nuovamente in auge dopo un passato storico glorioso cui il Movimento Artistico del Mediterraneo è indissolubilmente legato.

Il MAM infatti è raro caso di un’espressione artistica, o meglio, di una serie di espressioni, nate e cresciute lungo quella lingua di terra che ha profondamente segnato l’avventura creativa del Novecento mediterraneo: qui approdarono Picasso e Fontana, esperti lavoratori della ceramica, qui nascevano ancor prima, e per tutto il secolo, i principali manifesti artistici destinati a tracciare rotte fondamentali della storia dell’arte contemporanea.

“…In ogni parte del mondo l’artista esprime contenuti attraverso un linguaggio arricchito dalla cultura del luogo d’appartenenza… I duecentocinquanta chilometri di Costa Azzurra e Riviera dei Fiori sono il “non luogo” dove si è consumato il luogo artistico del  ‘900. Il grande ventre che ha riversato nel mondo il talento di tutti i figli, anche di quelli venuti da lontano…

Così Giorgio Laveri ha recentemente puntualizzato quello speciale rapporto, vero e proprio cortocircuito creativo che, nell’area mediterranea, dalla lontana civiltà della Magnagrecia ad oggi, viene ad instaurarsi fra l’artista – l’opera – e la terra in cui lavora, a contatto con il mare, con la luce forte, con i tepori e i profumi, i colori e il clima dei luoghi bagnati dal Mare Magnum.

È questa anche una delle tematiche principali del MAM, che nel corso degli anni ha dato vita ad una serie di manifestazioni e di riflessioni sul luogo della sua nascita e attività, non solo geograficamente, ma anche e soprattutto culturalmente inteso.

Intanto, entravano nel gruppo Veronique Champollion e Jean Claude Lemalin di Antibes, Mauro Alpi e Gilles Chaix di Nizza, attivi dal 1993 al 1999, quando il lavoro del MAM venne per la prima volta pubblicamente analizzato e fatto oggetto di un interessante dibattito critico durante la Soirèe Performance al Teatro La Margherite di Antibes. Altri artisti hanno intanto partecipato ed aderito al gruppo del MAM, a partire dal 1999, quali Attilio Antibo, Jacky Coville, Yiu Wah Leung e Ben Vautier.

Altre forme frequenti di comunicazione di attività del MAM sono le serate-performances e le partecipazioni a rassegne cinematografiche indipendenti, quali Cineindipendente in Italia e VideoArt a Cannes. Fra le riviste che seguono da vicino le attività e le tematiche del MAM sono da ricordare “Art Mobil France”, edita anche in italiano, voce ufficiale del Movimento, e i magazine della Costa Azzurra “Point de Scène” e “Stradà”.

Tuttora, una quindicina di atelier di ceramisti, lavorando in stretta collaborazione con gli artisti contemporanei, perpetuano quella tradizione albisolese nata a partire dal Rinascimento, quando venivano prodotte le famose “laggioni”, piastrelle di terracotta policroma simili a quelle spagnole o portoghesi.

  1. L’avventura della ceramica futurista ad Albisola

“…Lo sappia o non lo sappia il pubblico, oggi c’è futurismo nelle stoffe, nelle fodere, negli ombrelli, nelle borsette, nelle sciarpe, nei tappeti, nelle cravatte, negli arazzi, nei cuscini, nei giocattoli, nelle carte da parati e negli abat-jours; c’è futurismo nelle decorazioni luminose di Sale e di Grandi Alberghi, e nei placards, nelle réclames murali, nelle copertine delle riviste, nei mobili, nelle terrecotte (meravigliose quelle di Tullio Mazzotti d’Albisola!), nella scenografia e nei sipari…”.

Così Balla esprimeva il suo entusiasmo nei confronti della famiglia Mazzotti di Albisola che, già nel 1903, aveva costruito nella piccola città la prima fornace al Pozzo della Garitta, ospitando vari esponenti dell’arte italiana dal Liberty al Novecento, fino al trasferimento, nel 1934, nella nuova sede sul Sansobbia. Fu qui che Tullio, già famoso come Tullio d’Albisola, e Torido Mazzotti, avrebbero dato nuovo impulso alla bottega del padre Giuseppe, facendovi convergere le energie creative più vivaci del Futurismo del Nord Italia.

Dapprima contese con Roma e Faenza, le fortune della ceramica saranno, da questo momento fino a tutti gli anni Cinquanta, esclusive di Albisola.

Qui si svilupparono appieno le caratteristiche del Secondo Futurismo, tendente a favorire il recupero dell’artigianato, della manualità, addirittura della tradizione e di ciò che risiedeva nella storia minore dell’arte italiana, di contro al mito modernissimo della macchina ed alle teorie della ricostruzione futurista dell’universo tipiche del primo momento di quest’avanguardia.

Prodotta come un comune oggetto d’uso da immettere in un regolare mercato, la ceramica poteva allora diventare medium creativo atto ad esprimere al meglio quella serie di idee plastico-pittoriche  e quelle funzioni decorative, scultoree e ambientali care alla poetica futurista.

L’avventura cominciò nel 1925, con la costituzione del Gruppo Futurista Ligure, promosso dallo stesso Tullio d’Albisola le cui prime opere, legate al modello della Bauhaus ed alle esperienze di Mondrian, univano elementi astratti-decorativi a motivi futuristi su una base déco. Nel 1929 venne consacrato alla famosa mostra Trentatré Futuristi alla Galleria Pesaro di Milano, dove presentò una sala personale di “…arcivasi, biboccali, bivasi, tuberie, piatti futuristi, servizi fiorantipasto, vaso proiettile, bomboniere elettriche, copperotiche…”: famosa, tra gli altri, la Brocca Baker, il cui motivo decorativo si ispirava alla nota soubrette di colore Josephine Baker.

Dai primi anni Trenta, in occasione del trasferimento nella nuova sede, Albisola rafforza ulteriormente il primato nazionale nella produzione della ceramica: qui sarebbe infatti confluito il gruppo torinese capitanato da Fillia, impegnandosi nella traduzione su vasi, servizi da tè, caffè e vari oggetti comuni, dei temi tipici dell’aeropittura e dell’arte sacra. Con lui Diulgheroff, lo scultore Mino Rosso e, marginalmente, Pippo Oriani.

“…In Albisola, l’arte della ceramica, oscurando i fastigi del suo grande passato, superando e ponendosi all’avanguardia di tutte le fornaci ceramiche d’Italia, ha raggiunto elevatissime calorie artistiche. Oggi vantiamo le nostre originalissime aeroceramiche contro le forme architettoniche e pesanti in craclé della miglior produzione di Nemy; confrontiamo i nostri coloriti arabeschi deperiani con le decorazioni fredde delle scuole di stato dei suprematisti russi; i nostri complessi plastici sportivi sono più audaci, più belli e più aderenti al mobilio razionale dell’architettura di Sant’Elia che non le sculture leziose dei ceramisti viennesi.

Le nostre manifatture, che conservano lo spirito del carattere e l’ambiente stesso delle tipiche botteghe artigiane del rinascimento, sono padrone e maestre di ogni tecnica ceramica.

La nostra produzione all’italiana è apprezzata, non solo, ma ricercata all’estero ed ha tutto da guadagnare in confronto alle ceramiche di Copenaghen, Meissen, Wedgwood e Sèvres che non hanno saputo tener dietro alla falcata velocissima dei tempi…

Così scriveva Tullio d’Albisola, nel manifesto La ceramica futurista, del 1939, dove venivano censiti, tra gli altri artisti rilevanti, Enrico Prampolini per una serie di “pannelli decorativi” e il giovane Aligi Sassu, futurista tra il 1927 e il 1929. Tra i primi collaboratori della bottega ci fu anche Bruno Munari che nel 1929 creava una serie di animali immaginari, piccole sculture-oggetto che ironizzavano sulla visione meccanica della natura, continuando a produrli fino ai primi anni del decennio successivo, quando firmò Bull Dog, un vero e proprio animale meccanico in ceramica con laminati e bulloni.

3.      Da Fontana a Picasso. Il ruolo di Vallauris.

Citato sia ne La ceramica futurista che nel Manifesto Futurista della ceramica e aeroceramica del 1938 firmato da Marinetti e da Tullio d’Albisola, ecco sopraggiungere anche Lucio Fontana, creatore fra il 1935 e il 1936 di forme animali e vegetali di grande respiro plastico. È stato lo stesso Crispolti ad intravedere nell’uso materico-gestuale che Fontana fece della ceramica i prodromi dell’informale; scultore pieno d’impeti spaziali, come lo definiva invece Giò Ponti nel catalogo La ceramica alla IX Triennale di Milano del 1953, sottolineando l’importanza dell’artista nella sperimentazione di questo materiale, insieme a Fausto Melotti, Agenore Fabbri, ceramista vigoroso e aspro, e poi Leoncillo, Aligi Sassu, i due Cascella, Romano Rui rivelatosi smaltatore finissimo e intenso, Mirko e Afro: artisti che caratterizzano tutti con forti personalità la ceramica italiana. D’altra parte Ponti segnalava il valore dell’asse mediterraneo spagnolo, luogo di creazione sanguigna, di forme popolari destinate ad attecchire nel gusto moderno grazie a quella potenza espressiva che si può trovare solamente nelle opere di Picasso, di Garcia Lorca, di Mirò, Dalì, Guidi.

Fu proprio a Vallauris che Picasso giunse nel 1947, con una serie di disegni destinati a tradursi nei bellissimi vasi zoomorfi e nelle splendide tanagra, opere tra le più affascinanti della sua produzione ceramica, da lui sperimentata fino alla morte, in nome di un amore intenso verso la creta, docile e morbida materia, attratto dal mistero del colore che si svela solamente dopo l'azione del fuoco, e affascinato dalla stimolante attesa nell'atelier. Tornando alle origini dell'umanità, Picasso univa allora a forme antiche – ora ispirate alla Grecia e a Micene, ma anche alle terrecotte popolari spagnole – le forme della sua immaginazione, amplificando così la sua forza creativa e contribuendo a dare nuova vita ad una tradizione ancestrale.

Su questa scia a Vallauris si fermarono, per soggiorni più o meno lunghi, Matisse, Chagall, Mirò, Dufy, Léger, Braque, Foujita, Lurçat, e poi Jean Cocteau, Jean Marais, Brauner, Pignon, Masson; mentre Albisola, dopo la presenza di Fontana, attirava artisti provenienti da tutto il mondo, da Asger Jorn, capofila del movimento CoBrA, a Wilfredo Lam, da Mimmo Rotella a Enrico Baj, da Arroyo a Guy Debord, ispiratore e fondatore dell’Internazionale Situazionista.

4.      Da CoBrA al Sessantotto: il ruolo di Albisola.

Fu lo stesso Jorn ad organizzare ad Albisola Marina, nell’estate del 1954, il primo degli Incontri Internazionali della Ceramica, diventato peraltro anche la prima manifestazione del Movimento Internazionale del Bauhaus Immaginista, cui presero parte Fontana, Dangelo, Baj, Scanavino, Appel, Corneille, Matta, Jorn, Koenig, Giguère e Jaguer. La mostra venne ordinata da Tullio Mazzotti d’Albisola e allestita da Joe Colombo, presentata infine da Agnoldomenico Pica sotto il titolo di Incontro Internazionale della Ceramica alla X Triennale di Milano nell’ottobre dello stesso anno. La prima manifestazione del Bauhaus Immaginista venne così ad essere un’esposizione collettiva di ceramiche.

Per la duttilità, l’espressività della materia, le molteplici possibilità di sperimentazione e per il valore del caso legato alle modificazioni subite durante la cottura ed alle diverse possibilità di presa del colore, gli oggetti in ceramica offrivano a Jorn una valida alternativa agli oggetti ideati dalla Scuola di Ulm, fondata da Max Bill, e criticata per le sue fallimentari teorie razionaliste e le calcinate esperienze funzionaliste. Una contrapposizione, quella fra Bauhaus Immaginista e Scuola di Ulm, che proprio ad Albisola si sarebbe acuita, dando vita a fertili dibattiti, quando giunse Sottsass jr., anch’egli abile ceramista, designer rivoluzionario e letterato all’avanguardia, tramite delle poetiche della Beat Generation in Italia con Fernanda Pivano.  

Sull’onda di queste esperienze, di stimoli sempre più vivaci e creativi, di polemiche accese, durante l’estate del 1955, infine, ad Albisola avvenne l’incontro determinante tra Asger Jorn e Pinot Gallizio, punto di partenza della fondazione del Laboratorio di Esperienze Immaginiste legato al Bauhaus Immaginista, e destinato a sua volta a gettare le basi dell’Internazionale Situazionista, momento di definizione di quelle poetiche della contestazione in nome della libertà della fantasia, della riappropriazione dell’ambiente e della rivendicazione di una libertà creativa individuale che sarebbero a loro volta state alla base della rivoluzione culturale del Sessantotto.

Una storia dell’arte ancora da scrivere, allora, da Albisola a Vallauris, la cui eredità è ora nelle sapienti mani di Laveri, Moya e Coville, e degli altri esponenti del Movimento Artistico del Mediterraneo: il cui medium espressivo, la ceramica, è davvero stata alchimia fondatrice dell’arte contemporanea.

 

 

 

 

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